America’s Cup: sfida all’ultima tecnologia

di Giuliano Luzzatto e Fabio Petrone

L’America’s Cup non si combatte solo in acqua,
 con il duello tra le barche. Inizia molto prima, a terra. Fra progetti innovativi e materiali futuristici

La sfida della 36ª Coppa America fra i challenger di Luna Rossa Prada Pirelli e i defender di Emirates Team New Zealand è terminata 7 a 3 a favore di questi ultimi.
Onore ai vincitori che con la vittoria riescono a mettere la Coppa delle 100 Ghinee, l’iconica brocca di 3,8 chili d’argento cesellato, da 170 anni simbolo di questo trofeo, per la quarta volta nelle teche del Royal New Zealand Yacht Squadron. Si tratta di una sfida che per 35 volte è stata dominata dagli anglosassoni: oltre alle quattro dei Kiwi, ci sono state 29 vittorie statunitensi, 24 delle quali consecutive (dal 1851 al 1980), e una dell’Australia, mentre solo il team Alinghi di Ernesto Bertarelli, svizzero di passaporto, ma italiano di nascita, è riuscito finora a interrompere un monopolio altrimenti assoluto, aggiudicandosela due volte.

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I sistemi oleodinamici sono realizzati dall’azienda Cariboni.

Gli inglesi, che misero in palio la Vecchia Brocca nel 1851, ospitando all’Isola di Wight la prima sfida fra i 14 yacht a vela del Royal Yacht Squadron e la goletta America, invece, non l’hanno mai vinta, anche se certo non demordono. Poche ore dopo la conclusione delle regate di Auckland, Team New Zealand ha, infatti, comunicato che il suo yacht club ha accettato quale Challenger of Record per l’America’s Cup numero 37, la sfida di Ineos Team UK, guidata da da Sir Ben Ainslie e presentata dal più blasonato yacht club britannico, il Royal Yacht Squadron. Oltre che per la gara fra marinai di nazionalità, estrazione e temperamento diversi, l’America’s Cup è un trofeo unico e incredibilmente affascinante per la sfida tecnologica che propone.

Parteciparvi, candidarsi a sfidare il detentore della Coppa, vuol dire essere coscienti di dover affrontare una competizione fra team che rappresentano eccellenze dello sport ma che, soprattutto, sanno mettere sul campo di regata barche che sono espressione di tecnologia assoluta applicata all’ambito nautico.

ALTA TECNOLOGIA È ALL’ESSENZA DELL’AMERICA’S CUP

Il trofeo più antico del mondo sta alla vela come la Formula 1 sta all’automobilismo o la MotoGP al mondo motoristico delle due ruote.
Secondo Patrizio Bertelli, patron di Prada e di Luna Rossa, «le regate di Coppa America sono solo l’ultimo atto di uno sviluppo tecnologico molto complesso, che per gli AC75 è iniziato anni prima», racconta Bertelli. «Anche i J Class (i superbi yacht di oltre 40 metri che regatarono in tre edizioni della Coppa America, dal 1930 al 1937, ndr), furono il frutto di progetti innovativi, scafi invelati con migliaia di metri quadrati di tela, molti di più rispetto ad altre barche dei tempi.

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Ineos Team UK è il nuovo Challenger of Record, ovvero il primo sfidante, che potrà discutere con Team New Zealand regole e format della 37a America’s Cup.

Per la tecnologia di allora, la J Class fu un’esasperazione: per issare una randa, alle manovre erano necessarie 20 o 30 persone. L’estremizzazione tecnologica delle barche è da sempre l’essenza dell’America’s Cup».
Per questo Patrizio Bertelli, sotto l’egida del Circolo della Vela Sicilia, quattro anni fa si è proposto a sua volta come Challenger of Record della sfida vissuta in questi mesi ad Auckland, ovvero come primo sfidante che assieme al detentore ha partecipato a scrivere le regole della competizione, il Protocollo della 36ª America’s Cup, e in primis il progetto degli AC75, i monoscafi foiling innovativi ed estremi che l’hanno animata.

Un atto di fierezza, ma anche di lucidissima determinazione da parte di chi ha voluto fare sul serio per avere le massime chance di aggiudicarsi la Coppa, che si è sempre vinta partendo proprio dalle regole interpretabili per moltissimi aspetti. Fra le pieghe delle norme ci sono spiragli che lasciano spazio a personalizzazioni tali da mettere la barca nella condizione di esprimere quella frazione di nodo in più necessaria a tagliare per prima il traguardo.

Bisogna riconoscere a Bertelli il merito di aver coinvolto nella progettazione e costruzione di Luna Rossa i migliori cervelli e le migliori aziende italiane, eccellenze che hanno alla fine trasformato l’impresa del team in una sorta di nazionale del Made in Italy, il migliore, quello che sfida e vince nel mondo.

AD AUCKLAND HA NAVIGATO L’ECCELLENZA DEL MADE IN ITALY

Luna Rossa, scafo e coperta totalmente in carbonio, è stata costruita nel cantiere Persico Marine di Nembro, nel bergamasco. Stesso dicasi per i timoni, alla cui fattura ha contribuito anche la Eligio Re Fraschini, e i foil arms, le braccia che sostengono il peso di Luna Rossa fuori dall’acqua, alla cui estremità si trovano i foil grazie ai quali gli AC75 volano. I foil sono come le ali di un aereo, con i flap che si muovono per regolare la loro incidenza in acqua e l’altezza della barca dalla sua superficie, li ha realizzati sul Lago d’Iseo l’ex olimpionico di vela Angelo Glisoni, assieme ad alcune eccellenze bresciane nel campo della fresatura.

Nella sede Harken, in provincia di Como, invece, è nato il sistema che a forza di braccia, quelle dei grinder, dà alla barca l’energia per attivare i sistemi idraulici di bordo, questi ultimi firmati da Cariboni. Anche le vele, benché griffate dall’americana North Sails, in realtà sono italianissime, realizzate a Carasco, in provincia di Genova. Pirelli, oltre a essere co-sponsor del team italiano, ha contribuito alla costruzione di Luna Rossa fornendo parti a contatto con l’acqua per il timone e i foil. Gottifredi Maffioli ha, poi, dato al team cime e cordami; mentre i corpetti dell’equipaggio sono di Dainese e la barca ufficiale per gli ospiti dell’armatore è un Pardo 38, realizzato dallo storico Cantiere del Pardo di Forlì.
Cosa poteva fare di più il team di Luna Rossa Prada Pirelli per strappare la vittoria agli avversari? Dal momento in cui è stato dato il via della prima regata della finale di Coppa America in poi, ha messo in campo tutto ciò che ha avuto a disposizione, in primis le capacità del proprio equipaggio e il sostegno di tutto il team che lo ha supportato a terra.

Il pozzetto di Luna Rossa, guidato dal triumvirato composto dai timonieri Francesco «Checco» Bruni e James «Pitbull» Spithill, e dal randista/tattico Pietro Sibello, si è misurato contro dei fenomeni della vela come Peter Burling e Blair Tuke, rispettivamente skipper e flight controller di Emirates Team New Zealand (fanno equipaggio anche nella classe 49er, oro alle Olimpiadi di Rio de Janeiro), dimostrando di non avere nulla da imparare anzi, spesso e volentieri, di essere addirittura superiori, nelle partenze e durante le regate.

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Lo scafo e la coperta in carbonio sono stati realizzati dal Persico Group di Nembro.

Agli italiani rimane il rimpianto di non aver affondato il coltello quando ETNZ era ancora debole, all’inizio della 36ª Coppa America: i nostri erano ben preparati alla battaglia da una finale della Prada Cup molto accesa, vinta contro gli inglesi di Ineos Team UK, mentre la barca avversaria scendeva in acqua senza regatare da due mesi.
Il team italiano guidato da Max Sirena in qualche frangente è stata bersagliata dalla bizze del vento e ha forse peccato per mancanza di freddezza tattica. Una «debolezza» indotta dalla consapevolezza di avere una barca meno veloce, che ha impedito di portare a casa almeno un paio di punti che parevano già acquisiti.

È stata un’edizione della Coppa America che ha ricordato quanto sia bello lo sport della vela, molto seguita anche dal pubblico a casa, a sottolineare che dietro a una grande avventura sportiva, come quella di Luna Rossa, l’Italia c’è.
Questa finale persa non è la fine, ma l’inizio di una nuova avventura per Luna Rossa perché Bertelli ha già annunciato che, dopo questa sfida, la sesta lanciata dal 2000, ci sarà di nuovo e che ancora una volta tenterà di coronare il sogno di tutti gli italiani, velisti e non: portare la Vecchia Brocca finalmente in Italia.

Le vele per Luna Rossa firmate da North Sails nel loft ligure di Carasco.

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