Antonio Rummo. Italian Lifestyle

di Giada Barbarani - Foto di Guido Fuà

I piaceri semplici, come un piatto di pasta, per Antonio Rummo, sesta generazione della storica azienda di famiglia, sono il mezzo per raccontare la grande bellezza dell’italia

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«Pe’ fa’ ‘e cose bone ce vo’ tiempo».

Antonio Rummo, con perfetto accento napoletano, anzi, beneventano, nonostante gli anni trascorsi a Milano, dove oggi vive, e negli Stati Uniti, racconta così il segreto di famiglia che si tramanda da 175 anni. Un segreto che ha portato l’azienda di pasta Rummo al successo e che condensa, in una semplice frase, lo stile di vita italiano.

«Per trasmettere questa filosofia agli americani, alcuni anni fa, abbiamo usato per una campagna pubblicitaria l’headline Slow down. Abbiamo voluto collegare il processo di lenta lavorazione per cui siamo famosi (sistema brevettato, ndr), alla ricerca dell’eccellenza e della cultura degli italiani di godersi la vita, la tavola, i piaceri dei piccoli momenti…», spiega Antonio Rummo, che porta sulle spalle il nome del fondatore, nonché del nonno. «Alternare i nomi di famiglia, Antonio e Cosimo, è una tradizione che si tramanda di generazione in generazione, soprattutto qui al Sud: io rappresento la sesta».

Gentleman. Anche questo dimostra quanto Rummo, nonostante sia un gruppo con oltre 160 dipendenti e un fatturato di 122 milioni di euro, che esporta i suoi prodotti in 60 Paesi del mondo, sia ancorato al passato, alle tradizioni e alla famiglia.
Antonio Rummo. L’aspetto storico-familiare è fondamentale. Al di là delle etichette, abbiamo una cultura aziendale basata su valori forti, come quelli di una famiglia.

G. Che quest’anno festeggia i 175 anni.
A.R. Un traguardo importante, ma che non significa che siamo arrivati. Anzi. Le nostre radici affondano in una storia molto antica che ogni giorno ci dà ispirazione e la forza di guardare al futuro, la voglia di perfezionare l’arte che abbiamo ereditato con la scienza che apprendiamo. Siamo guidati da principi e valori di ricerca costante dell’innovazione e della perfezione: innovatori nelle piccole cose, ricercatori costanti della qualità. È una filosofia che fa parte della cultura di ogni ramo dell’azienda e che è racchiusa nella frase «per fare le cose buone ci vuole tempo».

G. Come è scritto sull’etichetta apri e chiudi della pasta. Un monito per tutti.
A.R. Per noi è un piccolo elemento culturale. Siamo sempre di corsa, ma per raggiungere l’eccellenza ci vuole tempo, cura e attenzione. I dettagli sono quelli che fanno la differenza sulla qualità del prodotto finale, dei processi e delle persone.

G. Come l’iconografia che vi accompagna da sempre: i tre cavalli, protagonisti anche del francobollo celebrativo dei 175 anni.
A.R. Bruto, Bello e Baiardo! Anche in questo caso c’è un doppio valore. Storico, in quanto erano i cavalli che venivano utilizzati nel 1900 per portare la farina dal nostro mulino, in via dei Mulini a Benevento, ai forni vicino al pastificio. Simbolico perché rappresentano la forza, la tenacia, la spinta, la resilienza dell’azienda. Il non fermarsi mai. Un ponte tra passato e futuro.

 

G. Una determinazione che, purtroppo, avete dovuto dimostrare nel 2015, quando siete stati colpiti da una dura alluvione.
A.R. Abbiamo dimostrato come un’azienda distrutta riesca ad alzarsi ancor più forte di prima, lottando e combattendo. Il merito va sicuramente alle persone che lavorano con noi, da sempre il nostro punto di forza.

G. In quell’occasione, si è capito anche quanto siano importanti i social network…
A.R. C’è stato un passaparola incredibile in pochissime ore, ripreso poi dai media tradizionali. L’hashtag #saveRummo e il claim «l’acqua non ci ha rammolliti» sono diventati virali, generando una risonanza incredibile.

G. E in effetti, guardando i numeri, l’acqua non vi ha rammollito. L’anno scorso, rispetto al 2019, la crescita complessiva è stata del +41% e, recentemente, l’azienda ha varato un piano di investimenti per circa 16 milioni di euro in autofinanziamento per riportare la produzione ai livelli pre-alluvione, andando quasi al raddoppio sui numeri attuali, con due linee di produzione nuove e l’efficientamento in chiave 4.0. Quali i progetti futuri?
A.R. Il futuro è sempre più green. Entro i prossimi 24 mesi ricostruiremo l’impianto di trigenerazione (andato distrutto con l’alluvione, ndr) che, nel 2010, ci aveva fatto vincere il premio di Lega Ambiente Innovazione Amica dell’Ambiente per aver ridotto le emissioni di CO2 del 30%. E l’obiettivo, che ogni società dovrebbe porsi nel breve termine, è quello di arrivare a essere carbon neutral. Per noi il valore dell’azienda è anche sociale e, in quest’ottica, si esprime attraverso le scelte fatte: come e che cosa produce e come si pone rispetto alla questione energetica. Il sistema a lenta lavorazione nasce proprio da questo concetto: guardare al futuro attraverso le tecniche produttive del passato. Abbiamo registrato il nome nel 1991, molto prima che nascesse il movimento Slow Food.

 

G. Il cibo è legato anche alla memoria…
A.R. Un piatto ti riporta al passato, ai ricordi, è una suggestione unica. Se penso alla pasta al forno vengo proiettato ai pranzi della domenica in famiglia a Benevento, quando ci trovavamo in 16/18 persone, tra nonni, zii e cugini, attorno a una tavolata. Il cibo è condivisione, socialità e piacere, ma anche valorizzazione del territorio e della cultura del territorio. Un messaggio che cerchiamo di trasmettere attraverso i nostri prodotti e i social, con reportage sulle materie prime e ricette raccontate da nostri amici ristoratori.

G. A proposito di ricette, il suo piatto forte?
A.R. Spaghetti con le vongole o alla Nerano, un piatto tipico della Costiera Amalfitana inventato, negli anni 50, dal principe Pupetto di Sirignano e realizzato con avanzi della cucina. Da abbinare a un grandissimo vino campano, come una Falanghina.

Perché dietro un semplice piatto di pasta c’è sempre una storia da raccontare.

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