Gift trap.A caval donato

di Claudio Costa - Illustrazione di Chris Burke

Manifestazione di affetto, generosità, altruismo, nobiltà, disinteresse? Così sembra ai comuni mortali. Ma che cosa si nasconde dietro un regalo in realtà…?

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Il potlach era un rito diffuso fra alcune tribù indiane del Nordamerica occidentale: anziché combattersi (come facevano gli indigeni delle grandi pianure), si regalavano enormi quantità di salmoni e selvaggina, organizzavano cene pantagrueliche, sprecavano un mucchio di cibo con i vicini per mostrare sia generosità che abbondanza di mezzi.

Niente di male, tutt’altro, finché nel 1924, un tal Marcel Mauss, padre fondatore dell’antropologia francese, scrive un libro, Essais sur le don, che studiando il potlach conclude che l’atto di donare è meno disinteressato di quel che sembra, ma serve a cementare vincoli sociali e comporta un certo interesse anche da parte del donatore.

Insomma, a caval donato, secondo Mauss, si deve guardare in bocca (qualche volta anche nella pancia, come nel caso del cavallo di Troia, da cui spuntarono i guerrieri greci che l’avevano lasciato in dono alle porte della città…).

Vero, i regali fra le nazioni-stato conservano quella antica funzione tribale: celebri i due panda regalati da Mao a Nixon, proprio 50 anni fa, per esprimere l’intesa Cina-Usa.
O la ancor più celebre Statua della Libertà offerta dalla Francia nel 1886 (a scopo pubblicitario-istituzionale si potrebbero ricordare gli abeti spelacchiati che sotto Natale le città del Nord amano regalare a quelle del Centro-Sud).

Il problema è che sulle orme di Marcel Mauss una turba di sociologhi scatenati sostengono che anche fra privati il dono assolutamente disinteressato non esiste.

O si tratta di ostentazioni (esempio bizzarro l’ologramma del suocero defunto che canta happy birthday alla figlia, regalato nel 2020 da Kayne West a Kim Kardashian, prima di divorziare l’anno dopo). Dichiarazioni di impegno semicontrattuale (regali di fidanzamento con relativa giurisprudenza per pretesa restituzione).

Ricompense e incentivi (come motorini o auto per successo scolastico). Obblighi tradizionali (Pasqua, Natale, festività varie). Inconscie richieste di reciprocità affettiva e gratitudine (in quasi tutti gli altri casi).

E la filantropia alla Bill Gates?
Secondo Linsey McGoey, sociologa alla Essex University, sarebbe il modo per sentirsi una specie di padreterno. Geniale: ha scoperto che fare del bene fa sentirsi bene…

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