In cima ai desideri… La sfida

di Davide Passoni
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Reinhold Messner nello spettacolare Messner Mountain Museum, a Plan de Corones, in Alto Adige.

In cima ai desideri c’e’ la sfida, quella fra la natura umana e la montagna. Il grande Reinhold Messner ripercorre per Gentleman la conquista delle sette cime più alte di tutti i continenti

Sono stato un alpinista. Oggi non sono più un alpinista puro, sono uno storyteller, porto avanti la narrativa dell’alpinismo che per me è un fatto culturale: è la tensione tra la natura umana e quella della montagna. Reinhold Messner, 76 anni, ha vissuto e vive di passioni e sfide, che lo hanno portato a scalare per primo i 14 Ottomila della Terra (le 14 montagne che superano gli 8mila metri di altitudine, ndr).

Sono stato tra i primi a salire le Seven Summits, le cime più alte dei sette continenti, considerando separatamente le due Americhe. Oltre a essere un divulgatore, presiede la Messner Mountain Foundation per aiutare la scolarizzazione delle popolazioni che vivono in alta montagna e sostenerle con molteplici interventi. Una sfida, quella delle Seven Summits, celebrata da Reinhold con Montblanc (che ne supporta la Fondazione) e con l’orologio 1858 Geosphere Messner (indossato nella foto sopra), sul cui fondello sono incisi i nomi delle sette montagne, oltre alla sua firma.

«Anche oggi faccio scalate oltre i 6mila metri e l’orologio è fondamentale per calcolare i tempi di un’ascensione tra salita e rientro».

1. Monte Bianco – Elbrus.
Sulla prima, la più alta delle Alpi, sono stato più volte, ma il momento chiave fu sul pilone del Freney, parete sud. Un pilone legato alla tragedia del 1961 che sfiorò Walter Bonatti, in cui morirono quattro alpinisti. Conoscevo Walter e ricordo che, salendo, quel giorno il mio pensiero andò spesso a lui. L’Elbrus è la cima più alta d’Europa, facile ma faticosa. Salii la prima volta negli anni 80 e da allora torno spesso nel Caucaso: sto preparando un film sulla prima scalata del 1903.

2. Kilimanjaro.
Ricordo la salita sulla Breach Wall, una delle pareti più diffcili al mondo, una cascata di ghiaccio quando la scalai. Poi, sui facili pendii finali la neve era talmente marcia che mi bagnai fino al collo e, in discesa, corsi fino al rifugio per non rischiare un assideramento una volta calato il sole.

3. Denali.
Aprii una via nuova con un amico, la chiamammo Sole di mezzanotte perché arrivammo in cima a quell’ora, con la luce (era maggio), a -50. Eravamo solo noi sulla montagna. Scendemmo subito, senza soste, per non congelare.

4. Aconcagua.
Un’altra via nuova sulla parete sud, la più alta delle due Americhe, più di 3mila metri. Avendo salito la più alta delle Alpi, la nord dell’Eiger, e la più alta del mondo, la Rupal sul Nanga Parbat, salire anche questa per me fu il massimo.

5. Mount Vinson.
Una via facile, ma logisticamente complicata: al Polo Sud le bufere arrivano all’improvviso. Per fortuna con me non successe, ma feci lo stesso che sul Denali: salita e discesa senza fermarmi, per non morire assiderato.

6. Puncak Jaya.
Nei primi anni 70 aprii una via nuova sulla vicina piramide Cartstensz. Le carte di allora dicevano che il Puncak Jaya, con una bellissima parete di 1.200 metri, fosse più basso. Non ne ero certo. Siccome non ero in grado di misurarle… salii anche il Puncak Jaya, in solitaria.

7. Everest.
Fui il primo a salirlo senza bombole insieme a Peter Habeler nel 1978. Lì capimmo che l’alpinismo avrebbe potuto cambiare se fossimo riusciti a rinunciare agli aiuti un tempo necessari. Per salire con le bombole servivano gli sherpa, per i quali a loro volta serviva altra logistica… e le spedizioni diventavano così esclusive per persone benestanti. Con lo stile che portai io, anche un alpinista normale poteva tentare quella salita. Due anni dopo salii in solitaria dal versante tibetano. Ho scalato da solo su altri Ottomila e sulle Alpi, ma preferisco avere qualcuno con me, con cui condividere paure e dolori.

gentleman magazine giugno 2022

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