Classifica – I migliori rossi italiani del 2001 nelle aste del 2020

di Cesare Pillon
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La top ten dei vini rossi italiani dell’annata 2001 che hanno spuntato il miglior prezzo alle aste del 2020 di tutto il mondo (nella gallery in alto, tutti i risultati).

Uno dei primi temi di cui cominciò a occuparsi Gentleman quando nacque, nel 2001, fu il vino. Azzeccata intuizione: nessuno poteva saperlo, in quel momento, ma la prima vendemmia del nuovo millennio sarebbe stata di eccellente qualità, e il 2001, che sul versante negativo è indelebile per l’attentato alle Torri gemelle, sarebbe passato alla storia enologica della penisola come una grandissima annata.

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La tenuta Biondi Santi a Montalcino.

Ma da allora son passati due decenni: come si può verificare adesso se un vino del millesimo 2001 è ancora apprezzato, e in che misura lo è? A stabilirlo sono le aste: il prezzo che esso vi ottiene è quello che gli investitori sono disposti a pagare per entrarne in possesso sperando di poterlo poi rivendere guadagnandoci sopra.

Ecco perché è sulla base dei prezzi spuntati alle aste del 2020 che Gentleman ha compilato la top ten dei grandi rossi italiani suoi coetanei.

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Al vertice sono due vini che più diversi non potrebbero essere. Il primo è il Monfortino, il più classico e ambizioso dei Barolo Riserva, che nasce da uve autoctone di Nebbiolo coltivate nelle Langhe, in Piemonte, e solo lì raggiunge livelli di qualità così entusiasmanti.

Al suo prestigio non è estraneo il fatto che ha più di 100 anni di vita: fu messo in commercio per la prima volta nel 1920 dopo essere rimasto in botte per otto anni (era della vendemmia 1912).

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Il secondo è il Masseto, che si produce invece a Bolgheri, in Toscana, con uve di Merlot, un vitigno diffuso in tutto il mondo, dove dà vini generalmente piacevoli e poco più, mentre questo è in grado di mirare molto alto, tant’è che gareggia ad armi pari con Château Pétrus, il Pomerol storicamente considerato il miglior Merlot del mondo.

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Anche il terzo e il quarto posto in classifica, come il primo e il secondo, sono stati conquistati da Piemonte e Toscana, ma con due vini in fondo molto simili. Le Rocche del Falletto, al terzo posto, è una Riserva di Barolo che Bruno Giacosa, scomparso nel 2018, aveva potuto realizzare solo quando era diventato vignaiolo, nel 1980, creando un’azienda agricola, che aveva chiamato Falletto, dopo aver acquistato uno dei vigneti che più apprezzava, nelle Rocche di Castiglione Falletto.

 

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Anche Gianfranco Soldera, autore del Brunello di Montalcino Riserva, quarto in questa singolare graduatoria, è stato un personaggio fuori del comune: broker assicurativo a Milano, nel 1972 era diventato produttore di Brunello per passione.

Il rigore con cui lo faceva e avrebbe voluto lo facessero tutti, lo aveva spinto ad affermare pubblicamente, ben prima che scoppiasse lo scandalo di Brunellopoli, che non tutti i Brunello erano dei Sangiovese in purezza come imponeva il disciplinare.

Quando è deceduto, due anni fa, aveva abbandonato polemicamente la denominazione di Brunello: il suo vino è adesso venduto come Sangiovese Toscana.

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Quinto classificato, tra i top ten del 2001, è un altro Barolo Riserva, che nasce anch’esso a Castiglione Falletto come quello di Bruno Giacosa ma con una caratteristica che lo rende inimitabile: si fa con le uve di Nebbiolo vendemmiate nel Monprivato, l’unico vigneto storico del Barolo posseduto in esclusiva da una sola azienda, la Giuseppe Mascarello & Figlio.

 

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L’unico vino non piemontese né toscano che compare nella classifica dei dieci più quotati alle aste del 2021 è veneto: è l’Amarone della Valpolicella, al sesto posto, che Romano Dal Forno ottiene dalle uve appassite del suo vigneto di Monte Lodoletta.

Il fatto singolare è che a questo Amarone manca l’aggettivo Classico perché il vigneto di Monte Lodoletta non è in Valpolicella, ma in una vallata laterale, la Val d’Illasi. Il che dimostra che per realizzare vini d’eccellenza è indispensabile un vigneto eccezionale ma lo è anche un vinificatore mosso da autentica passione.

gentleman-magazine-italia-le-sclete-di-g-La-top-ten-dei-vini-rossi-italiani-dell’annata-2001SoriTildin2001Con il Sorì Tildin e il Sorì San Lorenzo (settimo e ottavo posto), rientra ancora una volta in graduatoria il Piemonte, non più con il Barolo ma con la coppia dei suoi Barbaresco più famosi, di Angelo Gaja. Il buffo è che dal 1997 al 2012, e quindi anche nel 2001, i due Sorì non erano etichettati come Barbaresco Docg ma come Langhe Doc.

gentleman-magazine-italia-le-sclete-di-g-La-top-ten-dei-vini-rossi-italiani-dell’annata-2001SoriSanLorenzo2001Come mai? Trattandosi degli stessi vini, i consumatori hanno continuato a comprarli anche se costavano molto più del Barbaresco. A dimostrazione che quando la qualità è autentica, il mercato è disposto a fidarsi più della denominazione (privata) del cru che di quella (pubblica) d’origine.

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Il nono dei 2001 top ten è il Sassicaia, una presenza allo stesso tempo prevedibile e sorprendente. Prevedibile perché è grazie al Sassicaia che nei tardi anni 70 il mondo scoprì che in Italia si producevano (anche) vini di eccellenza, e grazie al prestigio internazionale che da allora lo circonda le sue quotazioni, alle aste, hanno superato indenni i momenti più difficili.

Ma è anche sorprendente perché alle aste il vento del ribasso ha soffiato con violenza fino al 2019 proprio sui vini di eccellenza francesi che più gli assomigliano, quelli di Bordeaux. Ha intaccato anche i prezzi del Sassicaia, ma non gli ha impedito di restare tra i protagonisti.

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Una vicenda per certi versi analoga è stata vissuta anche dal Brunello Riserva Biondi Santi:, al decimo posto: nel 2017 le quotazioni di questa storica azienda che il Brunello lo aveva creato nella seconda metà del 1800 sono crollate alle aste del 60%.

Il motivo? Questo marchio glorioso è stato assorbito dal gruppo francese Epi, che controlla gli Champagne Charles Heidsieck e Piper Heidsieck.

L’anno successivo però la quotazioni hanno cominciato a risalire, sia pure zoppicando, grazie anche al fatto che i nuovi proprietari stanno dimostrando di non voler affatto abbandonare né la ricerca della qualità, né la valorizzazione del territorio.

 

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