Piccola guida per vivere Panarea. E sopravvivere.

di Enirco Dal Buono

Vestiti di lino bianco. Piedi scalzi. E tanta voglia di divertirsi. Piccola guida per vivere Panarea, la più mondana dell’arcipelago battezzato dal Dio dei venti. E per sopravvivere!

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Panarea è un’oasi biologica in cui tu (cioè io), comune mammifero d’appartamento, sei un intruso. Per integrarti a pieno nell’ecosistema dovresti vantare una serie di caratteristiche fisiologiche: essere molto giovane, avere le piante dei piedi refrattarie, una seconda epidermide di tessuti pregiati tassativamente bianchi, nonché un conto in banca congenito.

Ma non abbatterti, le epimutazioni sono possibili: insomma, ci si può lavorare.
Guarda la fauna locale (in realtà d’importazione, per lo più da Milano e da Roma), che passeggia su e giù per i viottoli, scalza nonostante i vetri e i sassi e i mozziconi fumanti, perché i piedi nudi stanno a significare che questa qui è casa loro, una casa che ha rinunciato agli agi della civiltà, una casa da postare su Instagram.

Guarda la fauna locale che riprende con l’iPhone gli amici barcollanti fuori dall’ultimo traghetto nel piccolo porto; che affolla la terrazza dell’Hotel Raya per l’aperitivo vista Stromboli sfavillante, scintille rosse nel grande blu Mediterraneo; che cena sotto le graziose verande di legno dei ristoranti, le schiene dritte, i gomiti giù dai tavoli.

Guarda la fauna locale che balla attorno alle sedute con i cuscini rossi e ai nigiri multicolore del Bridge, sushi bar con consolle; che poi saltella nella discoteca (sempre dell’hotel Raya) fino all’immancabile pezzo chiusura, Infinito di Raf. Gli habitué lo cantano in coro, da anni ogni notte d’estate, un rito collettivo e starnazzante al quale devi prendere parte se non vuoi essere identificato come parvenu di questa trasandata opulenza.

 

Ventenni scalzi in abiti di lino che si salutano per nome, e “come sta tua madre?”, e “invece tuo cugino?”: verosimilmente hanno alberi genealogici intrecciati come piante rampicanti. Tu, forma di vita obiettivamente inferiore, hai solo due scelte: accettare lo stadio biologico dell’alga da carena o improvvisarti naturalista. E cioè, in questa seconda ipotesi, studiare con occhio analitico come funziona questo mondo, goderti le sue bellezze e stare il più possibile lontano dai suoi superpredatori: i POS.

Perché di bellezze ce ne sono eccome. Tutti quei venti alitati dal vecchio dio greco che ha dato il nome all’arcipelago, le Eolie: Borea, Zefiro, Austro, Euro. Le strade in saliscendi, solcate solo da bipedi e da rare golf car elettriche (i taxi). Le bouganville viola abbarbicate ai muri bianchi. L’acqua del mare, trasparente però mai gelida, forse grazie agli stessi fenomeni geologici che diffondono nell’atmosfera, complici i venti, folate termali di zolfo.

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@Pietro De Grandi

La comodità di raggiungere il molo in pochi passi dagli hotel e dalle case in affitto, di noleggiare un gozzo, per esempio nel baracchino “Diego”, gestito da un baffone ciclopico, con dita che te lo immagini strozzare uno squalo, e che però non si chiama Diego.

E poi salpare, gettare l’ancora vicino a una delle concrezioni rocciose al largo dell’isola, tracce erose di antiche rabbie vulcaniche, là dove osano i fichi d’India: gli scogli delle Formiche e dei Panarelli, gli isolotti Lisca Bianca, Lisca Nera, Dattilo, Basiluzzo.
Cotti dal sole, fermare un venditore natante di gelati, e poi mangiarlo in fretta, il gelato, perché qui gli elementi squagliano la roccia in migliaia di anni ma un cono panna e cioccolato in pochi secondi.

@Lyle Wilkinson / Unsplash

Con due amici mi è capitato di avventurarci più lontano, fino a Stromboli, circa un’ora di navigazione con i potenti mezzi del gozzo, dopo esserci riforniti nel minimarket a ridosso del molo di pesche e crostini condannati all’infradiciamento. Parti e vedi questo gran montagnone là in fondo, a nord-est. Non capisci quanto sia “gran”, quanto sia “-one”, quanto sia “là in fondo”, ti sembra sempre a un tiro di schioppo, e invece ti mancano ancora chissà quante legnate da onda, tu-tum, tu-tum.

Eravamo stati invitati a colazione (cioè a pranzo) da una coppia di gay molto cortesi, molto colti, molto ricchi, molto perfetti, potenzialmente rettiliani. Ce l’avevano buttata lì, e noi avevamo colto l’occasione per cercare di passare dalla nostra condizione di alghe da carena fino a quella, ambitissima, di cirripedi. La loro casa si trovava a Ginostra, sul versante occidentale dell’isola, appunto, di Stromboli. Non sapevamo tanto di più.

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@Serena Repice Lentini / Unsplash

Quindi arriviamo lì davanti, sotto i tonitruanti brontolii del vulcano, e ci rendiamo conto di non poter attraccare in quella riva scoscesa. E adesso, la barca, dove diavolo la mettiamo? Così buttiamo l’ancora e ci tuffiamo. Per raggiungere la terra nuotiamo a dorso, tenendo il braccio sinistro teso verso il cielo, la camicia stretta in mano: non ci si può mica presentare a colazione a petto nudo.

Poi capiamo che la villa dei nostri cari amici è al termine di una mulattiera, nel senso etimologico della parola, dato che poi ci diranno tutti entusiasti che lì, la spesa, te la portano a domicilio a dorso di mulo. Ecco che ogni nostro passo nudo, su per il sentiero, si rivela vittima alternativamente o, peggio, congiuntamente, di ben due disgrazie: minuscoli ricci che ci si piantano nella carne e sassi roventi per il sole allo zenit.
Ogni tanto rifiatiamo sotto un fico, pregando Darwin di darci la forza.

Era in gioco il nostro balzo evolutivo: raggiungiamo la meta, indossiamo le camicie, ci scusiamo per non avere portato il vino, diciamo che gli spaghetti sono squisiti, a denti stretti, soffrendo come cani per i piedi martoriati sotto il tavolo di legno grezzo, così chic.

Per sdebitarci, li invitammo fuori a cena a Panarea. La loro semplice presenza era una dimostrazione della nostra nuova nicchia ecologica. A parte le scarpe, tanto evidente quanto irrinunciabile stimmate di involuzione, eravamo pronti per mimetizzarci, come inconsueti esemplari di camaleonti eolici: vestiti in lino, capaci di informarci sulla salute dei cugini dei passanti e di strillare quantomeno un’intera strofa di Infinito, ormai animati da un’ambizione luciferina per l’estate successiva: diventare crostacei.

 

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